lunedì 15 novembre 2010

Oggi, tra sogno e realtà...

Da qualche anno sono qui a Milano, altra tappa della mia vita, altro lavoro, altre responsabilità.
La mia giornata incomincia e finisce sulla metro che corre lungo i binari: da un lato e dall’altro della carrozza vedo scorrere un paesaggio sempre uguale fatto di case, palazzi, villette.
Tutti i giorni va in scena la quotidianità della mia vita: una casa da amministrare, le bollette da pagare, la rata dell’auto, il mutuo, la spesa da fare, il lavoro con i suoi ritmi, l’impegno e la fatica di essere ormai “arrivato”.
Trovo un posto libero, mi siedo e mille pensieri affollano la mia mente: penso che dentro ciascuno di noi convivano ancora i desideri e le aspirazioni di un bambino, m’immagino che in bilico tra finzione e realtà, le centinaia di persone che affollano la carrozza, tutte all’apparenza insofferenti con la propria frustrazione e il proprio desiderio di diversità, inseguano i propri sogni da realizzare.
E già… a volte la vita ti pone davanti ad un bivio: devi fare una scelta, devi “lasciarti andare” come un paracadutista che sia appresta a saltare poco prima del lancio. Ma la “paura” del vuoto, la paura subdola dell’incerto ti assale improvvisamente, ti blocca. Mesi di esercizio e sacrifici possono venir vanificati dalla paura di quel salto nel vuoto, da quel “salto nel buio” proprio come un treno che si infila in un tunnel.
Ma non c’è bisogno di indossare il paracadute, basta essere semplicemente uomini e donne alle prese con le nostre scelte quotidiane, piccole e grandi. Perché anche la quotidianità ti può chiedere o suggerire un lancio nel vuoto. Ma a volte ci si aggrappa stupidamente a ciò che si ha non tanto per soddisfazione quanto per timore di non sapere ciò che ci attende dietro l’angolo, dopo il buio di quel tunnel. Il dubbio amletico di non sapere cosa c’è dopo, lì dove la luce sembra non arrivare. Forse un sogno, un desiderio, un progetto di vita, una scossa fortissima e positiva da dare alla propria esistenza. Luci splendenti nel buio della noia; speranze da coltivare perché possano un giorno diventare realtà.
Eppure quanti sogni restano irrealizzati perché non si è stati capaci di affrontarli? Da lontano possono incutere paura o apparire poco credibili. Delle volte ci appaiono così entusiasmanti da intrigarci, sedurci fino al punto da farci sembrare tutto molto, troppo semplice. Altre volte ci sembrano delle montagne così insormontabili da farci affermare: “ma chi te lo fa fare?”.
Ma se si ha il coraggio di avvicinarsi ed affrontarli, se si ha il coraggio di entrare in quel dannato tunnel allora si possono misurare e perché no, sfidare fino alla vittoria. In fondo sono come le persone con le quali ci si confronta tutti i giorni: bisogna far sapere loro che valiamo sapendo di valere.
Dopo mezz’ora di viaggio mi appresto a scendere, mi chiudo nel mio cappotto, mi interrogo sui miei sogni e mi domando se la mia vita sia prima o dopo quel tunnel.
Il treno rallenta, guardo il sedile vuoto accanto a me e negli occhi ormai stanchi dopo una giornata di lavoro mi appare improvvisamente un tramonto lontano, il sole calante che tinge di rosso le onde di un mare amato.
Sulle sue rive non vi sono gallerie da attraversare né mondi tutti uguali tra i quali affannarsi di giorno in giorno; solo una figura di donna che cammina sulla battigia immaginando di sedere in quel posto vuoto su di un treno che corre lontano.

Ricordi sospesi nel tempo

Ci sono dei ricordi dei quali non ho parlato perché sono così belli, intensi e delicati per esser resi solo con le parole e anche perché qualsiasi parola potessi mai usare non riuscirebbe a rendere il calore e il sapore di quegli attimi.
Sono ricordi che terrò sempre e solo per me, nascosti in un angolino del mio cuore, perché solo il cuore li può custodire gelosamente, perché solo il cuore li ha vissuti, solo il cuore li può capire.
Sono i ricordi meno vivi e sfumati dal tempo che passa, forse perché sono quelli che fanno più male, quelli che riescono anche per un attimo a staccarti dalla realtà riportandoti indietro nel tempo.
Le nostre preghiere, le dichiarazioni d’Amore, i miei problemi di un rapporto consunto e in crisi, le gioie di quello che stava iniziando, il sapere “cosa fare”, ma non sapere assolutamente “come” e “quando” farlo, le promesse, i sogni, i batticuori, la forza di andare avanti giorno dopo giorno nonostante le difficoltà, nonostante la distanza, la voglia e il desiderio di Lei che si rinnovava ogniqualvolta ci vedevamo.
E ancora: un saluto lasciato a metà, un “arrivederci” che si è trasformato in “addio”, le speranze vane e poi le lacrime mischiate alla pioggia che cade, serate vuote riempite dai ricordi, notti insonni, notti senza più sogni.
Mi c’è voluto parecchio tempo per accettare la solitudine interiore che riempiva dolorosamente le mie giornate.
Ma alla fine sono riuscito pian piano a stare meglio grazie anche alla vicinanza virtuale ma discreta di amici e amiche conosciute su un forum che parlava d’Amore.
E così senza quasi accorgermene la mia vita ha ripreso il ritmo di sempre e il lavoro ad occupare gran parte delle mie giornate.

Cento Pagine d'Amore

C’è voluta una gran forza d’animo e tanto “coraggio” interiore per scrivere la mia storia d’Amore per Lei.
Io che non avevo mai scritto nulla che non fosse una lettera, men che mai un libro o un racconto, io che avevo cercato in un primo tempo di rimuovere tutto il passato dalla mia mente.
Sapevo che ricordare, rituffarmi nel mio passato ancora una volta avrebbe potuto farmi soffrire, ma è ormai un soffrire sordo, adesso non fa più male come un tempo, come mi disse Lei un giorno: “il tempo è un meraviglioso cicatrizzante…” ne è valsa dunque la pena.
Ciò che mi resta di Lei oggi è principalmente nei ricordi di quei giorni, nei miei sogni, nel mio cuore oltre alle foto, ai piccoli regali, alle poesie.

Ho voluto fortemente scrivere questo che non è un racconto, un libro, ma semplicemente una testimonianza che l’Amore Vero c’è, esiste davvero: ci fa piangere, soffrire, dannare l’anima, ma vale la pena viverlo se ricambiato, se corrisposto allo stesso modo, in quel caso sì, vale proprio la pena!

Ho cercato, per quanto possibile, di trasporre in questa storia d’Amore tutta la Poesia che ci fu tra di noi, quella Poesia che c’era in ogni attimo in ogni nostro pensiero, dolcezza, gioia.....e perché no? Amarezza…

Il tempo cura i lividi, difende dai pericoli di un Amore che Mai dimentica noi…”
(Il tempo tra di noi – Eros Ramazzotti)

Cento pagine di un libro non basterebbero a racchiudere questa storia, perché l’incanto e la magia di quei giorni vanno oltre il tempo, oltre lo spazio.

Non basterebbero neanche a dichiarare che le persone veramente importanti restano in noi anche quando non ci sono più nella nostra realtà, perché in fondo ci hanno arricchite di qualcosa di unico che nessun altro ci potrà mai dare.

“Il tempo non ha limiti, non passa per dividerci…”(Il tempo tra di noi – Eros Ramazzotti)

Cento pagine non basterebbero a dire che il “vero Amore” non è quello che si vive la prima volta intensamente e con trepidazione ma quello in cui ti accorgi di aver vissuto davvero qualcosa di unico e speciale, qualcosa di così bello da non saperlo neanche descrivere.

“E non trovo le parole per spiegarmelo perché quelli che si cercano poi si perdono…”
(Il tempo tra di noi – Eros Ramazzotti)

Di questa nostra storia resterà per sempre dentro di me il ricordo della ragazza meravigliosa, dolce, piena di attenzioni, assolutamente “unica e speciale” che è stata Lei negli anni che siamo stati insieme.

E la nostra storia è stata un’esperienza così bella, stupenda che se un giorno inventassero una macchina del tempo tornerei indietro solo per Lei per rivivere minuto dopo minuto la nostra storia non cancellando neanche un istante di ciò che abbiamo vissuto insieme.

“Come up to meet you, tell you I’m sorry
You don’t know how lovely you are.
I had to find you, tell you I need you
Tell you I set you apart.
Tell me you secrets and ask me your questions
Oh, let’s go back to the start…”
“Nobody said it was easy,
It’s such a shame for us to part,
Nobody said it was easy,
No one ever said it would be this hard
On take me back to the start.”
(The Scientist – Coldplay)

In tutte le persone che ho incontrato e conosciuto “dopo” ho cercato qualcosa di Lei: della sua dolcezza, del suo calore, della sua spontaneità, del suo modo speciale di saper ascoltare e rassicurare, già sapevo che non era facile trovarne traccia nel prossimo, ma nessuna aveva tutte le sue qualità messe insieme.

Non sai mai qual è la ragazza ideale, la ragazza “giusta” finché non la incontri. Io l’avevo trovata!
Lo sapevo fin dall’inizio, oggi ne ho la certezza!

mercoledì 16 giugno 2010

Quegli ultimi tre minuti...

Una mattina, un sabato mattina di qualche anno fa, mentre ero in dormiveglia in attesa di svegliarmi totalmente, ho fatto un sogno incredibilmente vivo e realistico per il tempo trascorso: come in un deja vu mi sono “ritrovato” proiettato all’indietro nel tempo e per qualche momento di nuovo nel piccolo aeroporto di Crotone:… io e lei nella hall in attesa dell’aereo che mi avrebbe portato via e questa volta per sempre… Il tempo di risentire sulla mia pelle il caldo di quella mattina di agosto del 2005, di ri-sentire qualcuno intorno a noi che parlava in calabrese (…è strano ma mi fa una “strana” ma bella sensazione anche adesso sentirlo parlare…), di assaporare la dolcezza di quei giorni, di quegli ultimi attimi con lei: noi due mano nella mano in attesa della mia partenza, in attesa della fine, ahimè…della nostra fine, poi l’annuncio dell’imbarco e del ritardo, tre minuti, solo tre minuti di ritardo… Quei minuti interminabili, un lungo caldo abbraccio, ancora una mia carezza, lei che prende la mia mano e ci appoggia sopra il suo viso, guardai l’orologio, avevo ancora due minuti prima di partire, due minuti per parlarle, per stringerla, per dirle quanto già mi mancava. Dentro di me un senso di trepidazione e un velo di tristezza, ma non dissi nulla, non volevo “caricare” ulteriormente di emozioni quel nostro (credevo) breve commiato. La voce “fredda” dell’annuncio, “Dai, è il momento di andare…” mi disse con un sorriso appena accennato sulle labbra, una malcelata malinconia, un ultimo (…già, l’ultimo…) bacio, presi il mio trolley e mi misi in fila per il controllo bagagli, ricordo che una ragazza mi passò accanto, mi sorrise e si mise in fila avanti a me, mentre io con lo sguardo mi giravo ancora verso di lei. Riguardai l’orologio…Un minuto, “caspita come corre il tempo…” pensai, ancora un minuto per un ultimo saluto, non poteva più sentirmi e allora mimai le parole come si fa con i sordomuti: “ Ci rivediamo tra qualche giorno…Ti Amo…” provai a dirle e le lanciai un bacio con un soffio sulla mano, lei mi fece un cenno di assenso con la testa e mi rispose: “anch’io…” mi sorrise, chiamarono il volo… “Oddio, ci siamo …” le mie mani che incominciavano a sudare e una lacrima che scivola giù dal mio viso…la osservo un’ultima volta, fin dove posso, fin dove arriva il mio sguardo…non l’ho mai più rivista se non nei miei sogni, nei miei ricordi…

Un anno dopo…senza Lei!

Nel primo anno dopo la nostra separazione non era necessario chiudere gli occhi per rivederla.
Bastava solo desiderare di creare quel ponte invisibile che plasma un contatto tra mente e cuore, tra ricordi e sensazioni.
Era questione di un attimo!
Come se si spegnesse il contatto con la realtà, ciò che mi circondava improvvisamente svaniva e mi ritrovavo di nuovo lì, in quel dato momento, in quel dato luogo che stavo immaginando e con Lei accanto…
All’inizio erano solo istantanee di attimi vissuti insieme, flashback che il cuore aveva fermato, immortalato, subito dopo quelle immagini diventavano vive animandosi e muovendosi.
Potevo sentire di nuovo il calore del sole della Calabria che mi batteva addosso, sentire il rumore del mare, la sabbia rovente sotto i piedi, potevo vedere lei accanto a me sotto l’ombrellone mentre parlavamo di me, di noi, della nostra vita, a ridere insieme e sentire ancora una volta quel legame inspiegabile che c’era tra noi nonostante tutto, nonostante la distanza che spesso ci separava.
Poi bastava poco, un rumore, una voce che mi chiamava e quelle immagini così belle, intense e fragili nello stesso tempo, svanivano.
E allora mi accorgevo di esser tornato alla realtà, che Lei non era più con me, che era trascorso un anno, un anno senza Lei!
E solo in quel momento mi rendevo conto che mentre ero immerso in quei ricordi avevo pianto, me ne accorgevo dal sapore amaro e salato delle mie lacrime, altre volte dalla sensazione di naso chiuso.

“il mio pensiero vola verso Te
Per raggiungere le immagini
Scolpite ormai nella coscienza
Come indelebili emozioni
Che non posso più scordare
E il pensiero andrà a cercare
Tutte le volte che ti sentirò distante
Tutte le volte che ti vorrei parlare
Per dirti ancora
Che sei solo Tu la cosa
Che per me è importante…”

(Tiromancino – Per me è importante)

La rivedo nel sogno

Dopo parecchio tempo che non avveniva, una notte la rivedo nel mio sogno.
Eravamo nella sua casa di Isola, era una casa circondata dal verde su una collina che dominava un mare e un cielo azzurrissimi.
I colori del sogno erano saturi, ma i suoi contorni sfumati come quelli di un quadro, la scena era bella al limite del reale.
Una manciata di sensazioni, di profumi e di colori tutte talmente vivide e intense da far male.

Ballavamo abbracciati proprio come abbiamo fatto una volta, l’ultima volta che eravamo insieme.
In sottofondo la nostra canzone: Feel
“Questa canzone la dedico a Te Amore mio”, le dico nel sogno:

“Come and hold my hand
I wanna contact the living
Not sure I understand
This role I've been given…”


Mi sorride, annuisce, appoggia la sua testa sulla mia spalla e mi stringe ancora più forte…un velo di lacrime mi annebbia la vista…

I just wanna feel
Real love fill the home that I live in
'Cause I got too much life
Running through my veins
Going to waste
And I need to feel
Real love and the love ever after
I cannot get enough ..


Voglio solo provare
Il vero Amore riempire la casa in cui vivo
Perché io ho troppa vita
Che scorre nelle mie vene
Che va perdendosi
E ho bisogno di provare
Il vero Amore e tutto l'Amore che vien dopo
Non riesco a prenderne abbastanza


Era davvero così, avevo provato cosa voleva dire “vero Amore” e non volevo perderla.
Lei era lì con me: potevo stringerla, baciarla, abbracciarla, sentire ancora una volta il profumo della sua pelle.
Rivedere nel sogno quella casa mi fece sentire ancora vicino a Lei, come se non fossimo poi così lontani, come se il tempo non fosse mai passato, come se non ci fossimo mai lasciati.
Potevo sentire ancora la sua mano sulla mia e mi sentivo felice, sereno.

giovedì 3 giugno 2010

Quella notte in ospedale

Non era la prima volta che avevo difficoltà ad addormentarmi. Anche quella notte come in tante altre precedenti non riuscivo a prendere sonno, ma quella notte c’era qualcosa di diverso: forse erano i suoi ormai sporadici messaggi, forse qualche discussione tra noi, forse quel suo dirmi alla fine: ”non ci sarà mai più un futuro per noi, devi fartene una ragione…” come se ci fosse una ragione per chiudere la luce di un Amore…nel buio e nel silenzio i pensieri di lei affollavano la mia mente, avevo gli occhi sbarrati, improvvisamente cominciai a sudare freddo, un freddo che mi entrava fin dentro le ossa, battevo i denti, sentivo il cuore scoppiarmi dentro, “tra un po’ mi passerà tutto…” dissi a me stesso cercando di autoconvincermi, ma niente, neanche il suo pensiero, i bei ricordi che mi aiutavano nei momenti di depressione servirono quella notte: il cuore correva sempre di più, guardai l’orologio: erano le 2.35, mi rivestii, presi l’auto e mi recai al pronto soccorso dell’ospedale più vicino.
Nella sala d’aspetto prima di me c’erano due persone: una signora che in preda a forti dolori addominali si contorceva sulla lettiga e un vecchietto che respirava a fatica e stava seduto su una poltroncina della sala al quale forse frettolosamente, come mi disse dopo, era stata diagnosticata un’ inizio di bronchite.
Quest’ultimo mi fissava intensamente, ma bonariamente, ad un tratto cercò di abbozzare un sorriso e con lo sguardo mi indicò un bicchiere colmo d’acqua su un tavolinetto, lo presi e glielo porsi, aiutandolo a bere.
Mi ringraziò con un cenno del capo, mi prese la mano, me la strinse: “come mai se qui anche tu?” mi chiese a bruciapelo.
E’ una lunga storia, per me è un periodo difficile, non sto bene…” risposi, sentendomi però a disagio: i miei malanni non erano minimamente paragonabili a quelli delle persone che mi avevano preceduto!
Se vuoi parlarmene, abbiamo tutta la notte davanti…” mi disse accennando un sorriso.
E cominciai…
Gli raccontai la mia storia, bella, sofferta piena d’Amore…e di amarezza.
Gli raccontai di come ci eravamo conosciuti, dei miei sentimenti che crescevano man mano ci sentivamo per telefono, gli narrai delle mie paure, delle mie esitazioni senza tralasciare nulla, fino all’inspiegabile epilogo.
Lui mi ascoltò in silenzio, i suoi occhi fissi nei miei, alla fine disse con un filo di voce una frase che mi rimase impressa: “Non so se lei tornerà indietro, ma di una cosa sono certo, tutto l’Amore che hai provato e che hai dato per Lei non te lo toglierà mai nessuno, resterà per sempre in Te…” indicando il mio cuore con la sua mano tremolante.
Era davvero così!
Tutto ciò che avevo provato, tutto ciò che avevo fatto per Lei sarebbero rimasti per sempre intatti! Il tempo, la mia vita stessa, niente avrebbe potuto cancellarli!
Questa dimensione di eterno data all’Amore mi commosse.
Il tempo avrebbe forse offuscato i ricordi, avrebbe forse smussato le emozioni, ma avevo Amato e quell’Amore così intenso, così puro non sarebbe andato perduto, perché tutto ciò che avevo fatto in nome dell’Amore per Lei ormai faceva parte di me indissolubilmente, Lei sarebbe rimasta in me come parte integrante della mia anima.

Stranamente e improvvisamente mi sentii subito meglio: mi era passata la tachicardia e il dolore nel petto.
Arrivò il mio turno, “vai, io resto qui ci vediamo appena termini…” mi disse quel signore, ma mi sentivo ormai fuori posto, non sentivo più quelle fitte al petto che mi avevano costretto a recarmi in ospedale.
Il medico di turno mi chiese dei miei sintomi, cercai di minimizzare, “forse è stanchezza, è un periodo un po’ duro al lavoro…, magari avrei bisogno di qualche giorno di ferie…” gli dissi cercando di ridendoci su, ma non convincendolo, tant’è che mi guardò con il fare di chi pensa: “ a me non la dai a bere…” mi misurò la pressione arteriosa, mi auscultò il cuore prescrivendomi alla fine dei farmaci per lo stress e per riposare.
Uscii dalla stanza del pronto soccorso confidando di rivedere quel signore ancora sulla poltroncina lì dove lo avevo lasciato, ma non c’era più, al suo posto due extracomunitari piuttosto alticci.
Chiesi all’infermiere nella guardiola di quel signore, alzò gli occhi, non mi rispose, ma mi guardò stralunato come se fissasse un extraterrestre.

Non ho mai più rivisto quell’uomo, ma lo ricordo ancora perfettamente: il viso smagrito, fronte alta, capelli radi sulle tempie, gli occhi scavati nelle orbite, un sorriso e un’espressione così rassicurante tanto da sembrarmi perfino familiare.

Nè motivi, nè colpe...

Ma proprio quando le cose stavano per andare nel verso giusto, proprio quando i problemi che offuscavano il nostro rapporto si erano per lo più risolti, proprio quando avevo prenotato la nostra prima settimana di vacanza insieme, tutto precipitò.
Come ogni cosa terrena anche la nostra storia era giunta all’epilogo.
Non ero preparato, non avrei mai voluto che finisse, non riuscivo ad immaginare la mia vita senza la sua “presenza”: la sua voce calda e rasserenerante, la sua tenerezza, la sua dolcezza.
Sentivo già da un paio di giorni che c’era qualcosa che non andava più, le telefonate si facevano sempre più brevi, i messaggi sempre più “freddi” ma sempre e comunque molto cortesi: “chissà, pensai, “forse è la distanza che comunque “pesava”, forse i miei problemi che continuavano ad esserci ma che si stavano appunto dipanando, forse la presenza di qualcun altro (da lei sempre comunque smentita), forse tutto questo e il contrario di tutto.
Avevo timore di chiederle spiegazioni perché qualunque fosse stata la sua risposta intuivo già che mi avrebbe fatto soffrire: avevamo da poco superato (o almeno credevo che l’avessimo superata…) una crisi causata dalle mie perduranti indecisioni, dalle mie titubanze che mi avevano fatto pensare di averla persa per sempre e poi di averla riconquistata, quindi non volevo certo ripercorrere le stesse tribolazioni, le stesse sofferenze di appena qualche mese prima, ma presi il coraggio a due mani e glielo chiesi.
“Temevo me lo chiedessi, ma te lo avrei detto io. Oggi forse non credo di essere più così pronta e determinata a continuare, non so perché ma se ho dei dubbi non potrei essere la tua compagna come vorrei e come vorresti e forse un giorno potrei farti soffrire più di quanto sto facendo adesso, temo che qualcosa si sia spezzato in me…”
Le sue parole dentro di me ebbero lo stesso impatto di un pugno allo stomaco.
Ma come? Fino al giorno precedente diceva di amarmi, di volermi per sempre e adesso non mi amava più? E senza un motivo apparente.
Aveva un altro? O più semplicemente il suo Amore si era “esaurito”, “consunto” dopo tre anni di rapporto a “distanza”?
Ma in fin dei conti pensandoci bene se fosse così non avrebbe avuto tutti i torti! Non avrei potuto fargliene una “colpa”.
Non un San Valentino, non un Natale passato insieme, non me lo potrò mai perdonare!
La distanza (ma non solo quella) aveva consumato il nostro rapporto: io avevo iniziato questo lento “logorio” con le mie incertezze, con i miei continui “rinvii”, Lei lo stava ultimando, proprio quando tutto stava per assestarsi mi sembrava un crudele scherzo del destino, ecco perché “dopo” la nostra separazione per mesi non riuscivo a darmi pace e a trovare un motivo del suo improvviso e inspiegabile “tirarsi indietro”.
In quegli anni che siamo stati insieme come non ricordare le mie serate a piangere per non essere lì con Lei, mentre comprendevo perfettamente le sue sensazioni di solitudine e di impotenza, quelle sere vuote, grigie ad immaginare di essere seduti insieme sul divano di casa mentre fuori magari imperversava un temporale, capivo quella sua malinconia, quella tristezza che talvolta l’attanagliava, che le entrava dentro e l’avvolgeva.
La capivo perché era esattamente la mia!
Forse alla fine aveva deciso Lei per entrambi che il nostro Amore non poteva avere più alcun futuro, nonostante le nostre reciproche promesse di Amore eterno, malgrado tutte le belle parole che ci eravamo detti, malgrado i nostri pianti a dirotto per questo Amore bello, bellissimo ma non “vissuto”, malgrado il fatto che mi fossi finalmente svincolato quasi del tutto dai miei problemi.
Ricordo che quel “fatidico” giorno Le dissi tra il deluso e l’incazzato che se mi voleva ancora sapeva come rintracciarmi e pregandola di non chiamarmi più fino a quando non si fosse “schiarita” le idee, chiusi bruscamente la comunicazione.
Ma bleffavo sapendo di bleffare a me stesso, e così continuammo quindi a telefonarci e a messaggiarci:

“Va bene, hai ragione perdona il mio egoismo e la mia incapacità di stare con te… e senza di te… perdonami…vorrei morire piuttosto che farti ancora del male! Hai ragione… devo chiamarti solo se potrò dirti quello che sappiamo, ma sappi che ti penserò ogni giorno della mia stupida e folle vita… buonanotte angelo del Cielo… ti prego perdonami se non riesco più a volare…(suo SMS)

“Non lo so cosa mi sia successo…io non voglio niente per me… anche perché non lo merito… prego solo che tu possa perdonarmi e avere una vita serena… te lo giuro, nessuno mi conoscerà mai e mi amerà mai come hai fatto tu… perdonami amore se non sono riuscita a resistere il tempo necessario …perdonami…”…(suo SMS)


“Angelo mio con te ho trascorso i momenti più belli della mia vita...potrei morire anche adesso e sarei contenta…ora posso tornare nel mio guscio…nella gabbia che mi sono creata...perdonami amore mio…” …(suo SMS)



Continuai, auspicando in un suo ritorno, a scriverle poesie appassionate:

La mia E.state
I miei pensieri vagano, spaziano per la vita
Il mio corpo stanco già di questo Inverno
si è chiuso come una conchiglia.
La mia mente continua nel ricordo dell'Estate, quell’ Estate...
Doveva essere un Estate da sogno..
Calde spiagge, lunghi sapori di sole, boccate di azzurro mare...
Giorni spensierati,
senza problemi, vissuti intensamente con Te.
Giorni pieni di vita.
Mentre ora la realtà è questo grigio inverno
Giorni sempre più bui, sempre più pieni di noia.
Mi trascino...
in questo grigio Inverno
sperando di accorciare questi già brevi giorni..
sognando Te:
la mia dolce E.state.


E lei a rispondermi sempre in maniera dolce e appassionata:
“Amore, ho letto le poesie… io non ho parole, sono struggenti, prego Dio di aiutarmi a non disperdere il nostro Amore, di aiutarmi a capire…prima che sia troppo tardi… e tu sia costretto ad abbandonare la tua strana musa ispiratrice...”

“…ho pianto a dirotto chiusa in bagno…sei l’unico vero Amore che io abbia mai avuto e non avrei mai voluto causarti danno …mai… buonanotte mio cucciolo stupendo…”


Ma passavano i giorni e anche i mesi.
I nostri colloqui si facevano sempre più radi, e così man mano che i giorni passavano io diventavo sempre più fragile, sempre più sensibile ad ogni cambiamento del tono della sua voce, ad ogni suo messaggio diverso.
Una parola in meno o una frase diversa da quella che mi aspettavo/auspicavo, per me costituiva un segno di freddezza, tutto mi faceva soffrire e la sofferenza contribuiva al logorio dei miei nervi.
Ma il mio Amore per Lei era sempre lì, intatto, malgrado cercassi di non darci peso perché nonostante tutto, la vita continuava ma le speranze di un suo “ripensamento” si facevano sempre più flebili.
Il rumore dei miei pensieri cominciò a farsi assordante, mentre mi assalivano quotidianamente dubbi, tormenti, domande.
Cercavo di tenere tutta la rabbia e tutta la mia frustrazione imbrigliate dentro di me pronte ad esplodere da un momento all’altro.

venerdì 7 maggio 2010

…le lettere e le poesie…

Ho letto e riletto chissà quante volte in tutto questo tempo che è passato, le lettere e le poesie che le ho scritto e dedicato.
In ognuna di esse c’è un pezzetto di me, un pezzetto del mio cuore per Lei.
Ogni tanto mi piaceva rileggerle per rivivere il calore di quelle emozioni e la passionalità dei miei sentimenti.
Lettere e poesie le cui parole non svaniranno mai e resteranno per sempre scolpite nella mia anima.


Ti Amo Amore mio
Tutto attorno a me mi parla di Te:
ogni oggetto, ogni pensiero....
Mi manchi, ti penso!
Vorrei averti qui, sempre qui.
Chilometri ci dividono
pochi, molti, non importa...
io ti amo,
ed è questa l'unica cosa che conta!
Il mio cuore è colmo d'Amore,
Amore per Te,
ed è di questo Amore che vive.
Nulla vale in questa vita mia
quanto Te,
tu sei la cosa più preziosa,
un valore immenso,
unico, raro
speciale!!!
Mi sembra tutto adesso così strano:
la mia vita, la nostra vita.
Io, tu, insieme...
...eppure...
Ti amo amore mio!!!

…gli oggetti…

Una parte della mia storia d’Amore è rimasta rinchiusa anche negli oggetti che ci siamo regalati.
Quando finisce una storia d’Amore si finisce con l’amare di quella persona teneramente, dolcemente anche i suoi ricordi, tutto ciò che è stato legato a Lei: una canzone, il suo profumo, le fotografie ma anche cose più comuni: una borsa, una cintura, due maglioni, un borsone per la palestra.
Tengo ancora gelosamente custoditi nel cassetto due suoi “libricini” che mi ha regalato con tanto di dedica e un piccolo “Tao” che aveva preso e fatto benedire in un pellegrinaggio con sua nonna a San Giovanni Rotondo.
Sono oggetti che hanno per me un valore affettivo enorme, perché sono l’unico ponte verso quel passato, oltre i miei ricordi.
E anche quando mi son reso conto che non sarebbe più tornata indietro è rimasta la magia di quell’Amore a illuminare quegli oggetti che sono stati con noi in quei momenti stupendi.
Adesso non ci faccio più quasi caso, ma fino a qualche tempo fa guardandoli o pensandoci su si accendevano i ricordi e i miei pensieri incominciavano a prendere il volo indietro nel tempo come se un pezzettino di quel passato volesse uscir fuori da quelle cose.

lunedì 3 maggio 2010

Un treno diretto a Sud

Un fine settimana, dopo il mio trasferimento a Roma, scesi in Calabria per andarla a trovare. Era piena estate e non ero riuscito a prenotare neanche un posto da seduto sul treno che mi avrebbe portato da lei.
Il vagone era stracolmo di gente, per lo più emigranti che scendevano al sud per passare le vacanze estive nei luoghi natii.
Piuttosto che un treno sembrava una tradotta, riuscii a trovare un posto per caso in uno scompartimento, ma – mi avvertirono gli altri passeggeri – era stato già prenotato e alla stazione di Salerno sarebbe salito il legittimo proprietario.
Gliene parlai per telefono: “probabilmente, da Salerno in giù dovrò farmi il viaggio in piedi, il posto dove son seduto è già stato prenotato e non c’è posto sul treno neanche sul predellino…” le dissi demoralizzato; “ma no, vedrai…abbi fiducia nel Signore, adesso pregherò intensamente per te, qualcosa accadrà, un posto lo troverai….” Mi rispose col suo tono rassicurante.
Ma arrivati alla stazione di Salerno fui costretto a lasciare il posto che avevo occupato.
Erano da poco passate le 4 del mattino, mi “arrangiai” su un seggiolino del corridoio con la testa appoggiata sul finestrino, chiusi gli occhi dicendomi: “la notte prima o poi passerà, tanto domani sono da lei, e con lei accanto la stanchezza neanche l’avvertirò…” quando sentii che qualcuno mi stava scrollando, aprii gli occhi: era un signore anziano che forse spinto da compassione per la mia sistemazione precaria mi chiese, dandomi del “voi” rivolgendosi a me in calabrese “stretto”:” Vuliti ripusari? Vuliti stendiri i jammi? Viniti cu me…”- Volete riposare? Stendere le gambe? Venite con me…”-
Mi indicò con lo sguardo la porta di uno scompartimento, l’aprii ed entrai, nella penombra notai che c’erano già due persone che dormivano una signora e sua figlia, ed un posto “inaspettatamente” libero, forse di qualcuno che era sceso alla fermata precedente; mi accucciai in un angolo cercando di fare meno rumore possibile, riuscii finalmente a stendere le mie gambe ormai doloranti, e chiudendo infine gli occhi ripensai alle parole che Lei mi aveva detto qualche ora prima: - “ stai tranquillo e abbi fiducia nel Signore…”- .
Chissà se era proprio così!
Non rammento più bene, forse abbozzai un sorriso nel dormiveglia ma ricordo che feci un respiro profondo e sfinito per la stanchezza mi addormentai.

Telepatia e Positività

Ci capitava spesso, molto spesso di pensare le stesse identiche cose. L’intesa tra noi è stata sempre più che straordinaria.
Avevamo le stesse idee, gli stessi ideali, gli stessi principi, addirittura gli stessi gusti gastronomici, tant’è che andando in pizzeria spesso ci capitava di scegliere le stesse pizze e gli stessi antipasti che poi puntualmente dividevamo.
E capitava spesso che chiamandoci nello stesso identico momento trovavamo rispettivamente il cellulare dell’altro occupato. Credo sinceramente però che accada a quasi tutte le coppie che stanno bene insieme, che si amano.
Si entra in una sorta di “simbiosi” nella quale le emozioni si accomunano, si vivono nello stesso momento.
Aveva una dote rara: riusciva a trasmettermi serenità, dolcezza, tenerezza, amicizia con poche e semplici parole.
Ma ciò che mi stupiva era la sua capacità inusitata di avvertire le mie emozioni, i miei pensieri, i miei disagi anche quando non ci sentivamo. Cosa assolutamente straordinaria e mai capitata con nessun'altra donna.

Amava i bambini e questo suo amore era assolutamente ricambiato dai bimbi, ogniqualvolta capitava di vederne uno, lei si avvicinava, s'inginocchiava eincominciava a parlarci, a scherzarci, a giocarci mentre i suoi occhi e il suo viso si illuminavano, sono certo: un giorno sarà un’ottima madre, come lo è la sua, del resto.
Mi piaceva la sua fiducia nel prossimo, la sua innata positività, riusciva a trovare anche nelle avversità gli aspetti positivi e cercava sempre di dare un significato positivo alle cose senza drammatizzarle, quella che gli esperti definiscono “autoefficacia”, ossia il credere che i propri comportamenti possano avere l’effetto positivo di cambiare o modificare una situazione problematica e questa fiducia era dovuta (ne sono certo) per gran parte alla sua religiosità e alla sua Fede nella Madonna e in Gesù.
Sono sicuro: Lei era (ed è) nella Grazia del Signore, ed è il Signore che le dà tutta quella forza interiore, quella stessa forza che sapeva trasmettere anche a me, quella fiducia nel prossimo che io non avevo, non mi spiegherei altrimenti tante altre cose.

Sua madre

Ho avuto l’opportunità, direi la fortuna di conoscere sua madre, era senza dubbio una bella donna: occhi chiari, capelli biondi, portamento signorile, sempre abbigliata in maniera impeccabile.
Immaginavo che non dovesse passare inosservata per le strade della sua città.
Ricordo il nostro primo ma breve incontro: ero appena arrivato con la mia auto sotto il portone dove abitavano, in attesa che Lei scendesse, non passarono neanche due minuti che sentii strombazzare una macchina: erano madre e figlia, mi avvicinai all’auto e non appena Lei fece le presentazioni di rito io esordii dicendo:”Signora, deve essere davvero molto orgogliosa di sua figlia, è una persona veramente unica, come ce ne sono poche…”, mi rispose con un sorriso dicendomi: “Lo so, so quanto vale mia figlia ma ne devi esserne consapevole anche tu…”.
Non posso sottacere il fatto che ha saputo gestire – da mamma – anche se indirettamente la nostra relazione in modo intelligente e non bigotto.
Né posso dimenticare che ogniqualvolta mi son recato da loro con mezzi non miei mi prestava la sua auto personale per potermi muovere in città.
Ricordo ancora con piacere che una sera mi invitò a cenare con loro nel residence dove alloggiavano a Roma causa un piccolo intervento dell’altra figlia, non dimeticherò mai lo sguardo di E.:quella sera brillavano come non li avevo mai visti.

venerdì 30 aprile 2010

Il viaggio in pulmann per Roma

Ma il lavoro, la mia nuova attività all'interno sempre della stessa azienda, mi portò dopo qualche tempo a trasferirmi a Roma, non c'erano le possibilità concrete per "avvicinarmi" a Lei, diventava dunque una scelta “obbligata” se volevo “crescere professionalmente” se non volevo restare fossilizzato a lavorare in un call center di provincia.
Venne così a trovarmi poco dopo il mio trasferimento, mentre ero ancora alloggiato in albergo in attesa di una sistemazione definitiva.
Era partita dalla sua cittadina la sera prima per essere lì da me il mattino seguente dopo un viaggio estenuante in pullman e tutto questo per me, per vedermi e per stare solo un paio di giorni con me!
L’idea stessa di questa sua passione nel vedermi mi toccava, mi emozionava.
E quando mi chiamò al cellulare dicendomi che il pullman era appena partito dalla sua città mi scese più di una lacrima…
“ti scriverò un sms ogni ora per sapere come stai, dove sei…” le dissi, ma non lo feci, non volevo in alcun modo svegliarla qualora fosse riuscita ad addormentarsi.
Aspettai ansioso il suo arrivo tutta la notte, non riuscivo a dormire, mi giravo e rigiravo nel letto guardando di continuo l’orologio, pensando e ripensando al suo viaggio notturno, a cosa avrei potuto dirle, cosa avrei fatto non appena l’avrei vista…
Giunse pian piano l'alba e il mattino seguente, mi chiamò dalla stazione di arrivo dei pullman, avrebbe preso un taxi per raggiungermi.
Passarono quindici, forse venti minuti…bussò alla porta della mia stanza…una mia battuta scherzosa ed aprii: l’abbracciai a lungo stringendola forte forte a me…Dio mio quanto l’avevo desiderata!!!
Dopo averla fatta riposare tra le mie braccia e dopo una lunghissima razione di coccole quella sera stessa andammo a cena fuori e poi al cinema…
Tornò a Roma altre due volte ed in un fine settimana andammo al lago di Bolsena e poi ad Orvieto.

mercoledì 28 aprile 2010

Quella notte a casa sua

I suoi erano partiti per andare dal fratello a Bologna e lei era rimasta sola a casa, era certamente un'occasione per stare qualche giorno noi due da soli insieme.
Partii molto presto da casa, volevo farle una sorpresa, ma non riuscii a resistere e lungo la strada la chiamai dicendole che stavo per arrivare, quasi per niente sorpresa mi rispose: “uscirò prima dall’ufficio, devo sistemare casa”.
Appena arrivai sotto casa sua le feci uno squillo col cellulare, scese giù per prendermi ed insieme risalimmo.
Entrare a casa sua mi metteva ovviamente un po’ d’imbarazzo, ma la cosa nel contempo mi emozionava alquanto!
Era piena estate, quella famosa estate afosa del 2003, c’era parecchio caldo e quindi fu necessario accendere il condizionatore.
Con noi c’era pure il suo piccolo cagnolino Mattia che dapprima pretese da entrambi la sua razione di carezze e poi dato che anche lui sentiva quel caldo appiccicoso si accucciò proprio sotto il condizionatore!
Uscimmo nel pomeriggio a fare un po’ di spesa per la colazione dell’indomani (latte, brioche, cacao e altro) e a comprare delle pizze da asporto per la sera. Cenammo insieme a casa sua e fu come se lo avessimo fatto da sempre, era romanticissima quell’atmosfera familiare: lei che preparava la cena, che cucinava, che lavava i piatti, io che cercavo in qualche modo di aiutarla ad apparecchiare e sparecchiare.
Appena terminato ci sdraiammo sul divano del salotto a vedere un po’ di tv: ero stanco per il viaggio, mi fece delle dolcissime coccole ed io mi addormentai lì a poco.
Quella notte dormii nel suo lettino, lei accanto in quello della sorella anch'essa assente in quei giorni: era bellissimo sentire il profumo della sua pelle sulle lenzuola e sul materasso!
Al risveglio il mattino successivo stropicciai gli occhi, pian piano mi resi conto che stavo “vivendo un sogno”!: ero nella stanza dalla quale molto spesso mi parlava per telefono, potevo notare le sue cose, i libri sulla scrivania vicino la finestra, i suoi vestiti sparsi un po’ qua, un po’ la, il grande poster sulla parete, un foglio con la preghiera alla Madonna proprio in cima al letto, mi trovavo nella sua stanzetta: quante volte l’avevo immaginata, sognata ed adesso ero lì, con Lei!

martedì 27 aprile 2010

Il nostro viaggio a San Giovanni Rotondo

Un giorno, al telefono, parlando di noi, del nostro Amore e di quanto avrebbe voluto condividere con me alcuni suoi sogni, mi fece una proposta:”desidererei partire e andare a pregare insieme a te sulla tomba di Padre Pio è una cosa a cui tengo tantissimo” - “sono veramente commosso che tu mi abbia fatto questa proposta, lo voglio anch’io tantissimo e sono davvero felice che tu me lo abbia chiesto” le risposi, decidemmo insieme i giorni, prenotai l’albergo che mi aveva indicato (era lo stesso in cui si era recata qualche anno prima con sua nonna) e appena qualche settimana dopo partimmo, anzi partii dalla mia Sicilia, passai da casa sua per prenderla e ci avviammo per S. Giovanni Rotondo.
Non ricordo quante volte ci fermammo per strada per baciarci e per scambiarci delle effusioni, rammento solamente che partiti nel primo pomeriggio di un giorno in febbraio, giungemmo a destinazione a sera inoltrata con i fiocchi di neve che battevano sul parabrezza della macchina.
Arrivati in albergo dopo aver disfatto le valigie e sistemati i bagagli ci stendemmo stanchi per il lungo viaggio sul letto abbracciandoci, quando improvvisamente incominciò a singhiozzare.
Cosa c’è che non va? Non volevi stare qui con me?”Le chiesi impensierito per quella sua reazione inaspettata.
No, non è questo”, mi rispose, “Ogni volta che vengo qui a San Giovanni Rotondo mi sento più vicina al Signore e a Padre Pio, e stavo pensando a mio fratello, non sta bene, un giorno forse ti racconterò, ma vorrei chiederti un favore…” “dimmi tesoro, chiedimi qualunque cosa…” risposi sempre più preoccupato, “promettimi che pregherai per lui…” mi chiese, “Certo che lo farò! Stai tranquilla, pregherò per lui e per la tua famiglia da adesso e per sempre, non me ne dimenticherò mai…” le dissi rassicurandola mentre le asciugavo le lacrime dal suo viso con il dorso della mia mano.
Sono stati giorni indimenticabili: di gioia, di pace, d’amore e di preghiera, tra i più belli e sereni della mia vita!
Ricordo perfettamente come fosse oggi quanto mi appariva bella!
Era incantevole accucciata in quel suo cappotto rosso bruno, seduta su un banco della chiesetta con le sue mani giunte e il suo sguardo assorto in preghiera, il suo sorriso dolce mi accarezzava l’anima e penetrava profondamente nel mio cuore.
Ritornai nella sua regione insieme a lei per continuare altre due settimane al Call Center.
Ci rivedemmo tante altre volte e una volta dormii perfino a casa sua.

lunedì 26 aprile 2010

La sua città

Me ne sono innamorato subito, fin dalla prima volta.
I suoi viali, il suo lungomare, i bar, le pizzerie, i pub, i giardini, il castello, la strada che portava al Capo, ricordo la sua piccola stazione ferroviaria, il piccolo aeroporto da poco rimesso a “nuovo”…ma ricordo soprattutto la sua atmosfera, i suoi colori, i profumi, la sua gente, nei loro volti immaginavo la fierezza dei greci e mi sembrava ancora più bella, quando passeggiavamo insieme abbracciati o mano nella mano.
Ricordo il duomo, ed ho ancora presente nei miei occhi l’effige della Madonna protettrice della città e la festa che si celebra nella terza settimana del mese di maggio, la celebrazione religiosa alla quale partecipa tutta la città e alla quale una volta ho partecipato anch’io insieme a lei.
Ricordo l’uscita della effige della Madonna dal Duomo in piena notte, l’applauso della gente, la processione, i balconi illuminati e colmi di persone, le striscioline colorate inneggianti “il Santissimo nome di Maria”, e poi i fuochi d’artificio che si stagliavano sul porto di notte e si riflettevano nei suoi bellissimi e grandissimi occhi.
Ma niente era più bello, affascinante, coinvolgente che starle accanto.

martedì 20 aprile 2010

Il pegno d'Amore

Venne però anche la sera del probabile commiato.
Fu davvero triste: avevo trovato un angelo nella mia vita, una ragazza davvero stupenda e non volevo perderla, non sapevo se ci saremmo rivisti, le mie due settimane quale “formatore” al Call Center erano terminate e nessuno tra i miei colleghi che mi avevano preceduto era ritornato per un altro turno.
Ricordo che quella sera piovve parecchio e noi due stretti l’uno all’altro e accucciati nella macchina ad ascoltare musica (Feel di R. Williams era diventata la nostra canzone).
Vorrei poterti sposare non appena sarà possibile, avere una bella casa, dei bimbi con te…” le dissi improvvisamente rompendo il silenzio e stringendola forte a me cercando di trasmetterle con quella stretta quanto la sentissi mia.
Anch’io lo voglio, sarebbe il mio desiderio più grande, il regalo più bello che tu possa mai farmi…” mi rispose avvinghiandosi ancor di più fra le mie braccia.
Qualunque cosa accada non ti dimenticherò mai, non dimenticherò mai questi momenti…” non riuscì a finire la frase che un groppo in gola mi impedì di continuare.
Quando si fece l’ora di andar via prendemmo dei tranci di pizza alla “Pimpinella” da mangiare in macchina: quant’erano amari quei bocconi, non dissi nulla delle mie emozioni per non gravare già l’aria abbastanza pesante.
Feci la strada per riaccompagnarla a casa con un nodo alla gola e con le lacrime che mi riempivano gli occhi, non dissi alcunché lungo il tragitto, ma presi la sua mano e la poggiai sul mio cuore, volevo che sentisse che batteva per Lei.
Arrivati sotto casa sua non volevo lasciarla, la guardai a lungo in silenzio senza riuscire a dire nient’altro che: “Ti Amo”, le accarezzai il suo delizioso visino e l’accompagnai al portone per un ultimo saluto, una stretta al cuore, presi le sue mani tra le mie e con un mezzo sorriso malinconico le baciai le labbra e andai via.
Mi fermai non so quante volte sulla strada del ritorno, le lacrime non mi permettevano di vedere la strada, piangevo, singhiozzavo, ogni chilometro che facevo mi allontanava inesorabilmente da lei, dal mio Amore.
Diversi problemi da risolvere mi aspettavano al mio rientro a casa, ma non sapevo da dove iniziare, né come o quando li avrei definiti.
Mi ripromisi di rivederla, ma ancora non sapevo quando.
Appena tornato nella mia città chiesi al mio responsabile di poter ritornare a lavorare in quel call center, (i ragazzi che avevo preparato erano contenti e soddisfatti della mia professionalità lavorativa e avevano perfino sottoscritto e inviato un fax in azienda per riavermi).
Dopo neanche una settimana fui accontentato!
Passammo altre bellissime serate insieme: una sera le regalai un libro di poesie scrivendole una dedica al ristorante dove ci eravamo recati per cenare e un altro giorno, quale regalo del natale ormai prossimo, un maglione nero con una zip davanti.
Avevo avuto fin da subito la tentazione di regalarle un anello, ma per una sorta di superstizione avevo sempre desistito, ma desideravo in qualche maniera consacrare il nostro rapporto.
Avevo comprato un anellino in argento con una pietra rosso bruno: mi era piaciuto subito, si intonava perfettamente al crocifisso che le avevo regalato e una sera prima di riaccompagnarla a casa glielo diedi.
Non è nulla di speciale, solo un pegno d’Amore del nostro fidanzamento…” le dissi, non conoscendo ancora la sua reazione e cercando di minimizzare quanto era importante per me quel gesto.
Lo guardò incantata, sorrise e indossandolo mi rispose: ”La sorpresa è gradita, ma non è il valore dell’anello che conta, quanto il fatto che sia tu a regalarmelo...” suggellando questa sua affermazione con un tenerissimo bacio sulle labbra.

Momenti...

Una panchina di legno, il fruscio delle foglie soffiate dal vento, Lei chiusa nel suo cappotto, le nostre mani che si univano, la mia mano che le sfiora il viso appena un attimo prima di avvicinarmi per baciarla, il suo dolce sorriso, in lontananza il rumore del mare agitato, il sole che fa capolino tra le nuvole, un raggio di sole improvvisamente le illumina il viso, un suo starnuto, un tavolino e una cioccolata calda al caffè Italia, e poi: baci dati, tanti tantissimi, improvvisi, inaspettati, e ancora carezze, sorrisi, risate, i sogni della casa che avremmo avuto un giorno sognando insieme un futuro mentre il fresco della sera ci avvolgeva e il sole scendeva tra le colline, il tramonto, le ore insieme che passavano sempre troppo velocemente e noi sempre “presi” da noi stessi, nient’altro esisteva in quei giorni se non noi due: attimi, piccoli momenti indimenticabili dei nostri pomeriggi insieme.

In una di quelle sere mentre eravamo in auto le si sfilò accidentalmente ma propiziamente un ciondolo che aveva al collo e che a me per la verità, non piaceva molto, “forse è venuto il tempo di cambiarlo” le dissi – e uscii dalla tasca interna della mia giacca un crocifisso in argento che avevo intenzione di regalarle proprio quella stessa sera ma non avevo trovato ancora il momento giusto per consegnarglielo - lo indossò subito- “E’ bellissimo, grazie!”, le brillavano gli occhi dalla contentezza ed ero felice anch’io per averle fatto un regalo così gradito.
Era bellissima con quel giubbino nero, la sua gonna di velluto grigio a righe, il maglioncino nero attillato, gli stivali di pelle nera e il crocifisso che le avevo regalato.
Nella vita nulla è sicuro, tranne il mio Amore per Te, non ti lascerò mai”, le dissi stringendo le sue mani fra le mie e guardandola fisso negli occhi, volevo che si rendesse conto che non stavo bleffando ma che ero sinceramente innamorato di Lei.

Il nuovo incontro

E finalmente la incontrai ancora: presi un’auto a noleggio e dopo il lavoro mi recai nella sua città. Ricordavo perfettamente la strada, le vie, il portone di casa sua, come se la volta precedente avessi registrato tutto nella mia mente.
Ci rincontrammo dunque un martedì di fine ottobre, l'aria era limpida ma fresca, Lei mi apparve forse più bella rispetto alla prima volta, aveva i capelli più mossi, un pantalone e un maglioncino nero aderente con un ampia scollatura dal quale si delineavano le forme sinuose del suo decoltè.
Questa volta ero in giacca e cravatta dato che dopo il lavoro non avevo avuto modo di cambiarmi prima di andare all'appuntamento. Mi imposi di mettere da parte tutte le mie elucubrazioni, tutti i giri di ragionamento, i dubbi, persino le mie vantate sicurezze e di essere il più naturale possibile.
Passeggiammo a lungo per le vie della città, mi sembrava più distaccata rispetto che al telefono, anche se sempre affabile, ma non mi arresi e mentre allungavamo insieme il passo le presi la mano, Lei accettò, si capiva che era evidentemente imbarazzata, fece qualche battuta allo yogurt, come suo solito, ma non era ancora abbastanza, sentivo di dovere di poter fare di più, ci tenevo molto a rifarmi rispetto alla prima volta e volevo che Lei mi vedesse sotto una luce diversa, ancora più intima, ancora più familiare.
Era come se quell'intimità che già c'era ancora non mi bastasse.
Prendemmo la macchina e dopo un breve giro ci fermammo in un parcheggio sul lungomare.
Mi sembrava a suo agio, così disponibile al dialogo, alla discussione, mentre io la guardavo non riuscendo quasi a credere che mi fosse davvero davanti; mi era mancata infinitamente, solo ora me ne rendevo conto toccando le sue mani e Lei me lo lasciava fare, capivo che anche per Lei era bello avermi lì.
La serata andò avanti a chiacchierare e ci fu spazio anche per qualche divertente risata provocata dalle mie battute, dagli esilaranti racconti sul mio lavoro e sulle scuse che mi ingegnavo a trovare parlando con qualche cliente per la nostra cronica inefficienza.
E quando Lei rideva mi sembrava di vedere il sole nei suoi occhi lucenti.
Ad un tratto le chiesi di avvicinarsi ancora di più, di sdraiarsi sulle mie gambe, permettendomi così di poterle accarezzare i capelli e il viso; acconsentì, eravamo vicinissimi. Era finalmente tra le mie braccia!
Sentivo il profumo della sua pelle, le sfiorai con la mano la fronte e l’attaccatura dei capelli, senza riflettere ne calcolare alcunché incominciai a darle dei piccoli bacetti tutto intorno al viso per poi puntare dritto alla sua bocca: desideravo un bacio lungo e sospirato, un bacio da tempo sopito e mai esternato, un bacio che le facesse assaporare sulle sue labbra l'immagine della mia immensa voglia di Lei.
Accostai le mie labbra sulle sue trovando però una minima resistenza: i suoi denti!
Mi morse delicatamente la lingua almeno un paio di volte fin quando finalmente rimosse anche quell’ultima barriera: fu un sollievo e allo stesso tempo un invito; da quel momento in poi non capii più nulla, disattivai la razionalità per attivare finalmente il mio istinto, la baciai lungamente sulla bocca e sul collo alzandole i capelli e allungando le mani lungo le sinuosità e le cavità del suo corpo ben fatto, mentre anche Lei si scioglieva pian piano e mi assecondava nelle mosse, nei movimenti, piegandosi ora da una parte, ora dall'altra rendendo il mio fare più semplice.
Avevo iniziato io, ma certamente Lei non aveva più voglia di smettere! Era bellissimo!
Avevo le sue braccia intorno al mio collo: si stava sciogliendo definitivamente.

Il buio, la penombra, tutto intorno a noi era perfetto, mentre una musica dolcissima in sottofondo si mescolò all’odore dei nostri corpi accaldati e diede complicità, aumentando la percezione degli altri sensi.

Eravamo immersi nel buio, in un buio però non totale, ma dal quale potevo intravedere la bellezza del suo corpo.
Le accarezzai il viso, i capelli, il collo, mentre Lei si scioglieva e pian piano si lasciò andare completamente.
Cercai di non pensarla più, cercai di non telefonarle più, ma era come un rifuggire da me stesso.
Mi accorsi dunque di un’innegabile verità, un assunto certo: non potevo più vivere senza di Lei, senza la sua compagnia, la sua vocina, senza il suo profumo o il suo sguardo; tutto di lei.
Mi mancava come l'aria e non vedevo vita, non vedevo pace se non accanto a Lei, se non dentro il suo universo.

Casualmente però il destino, il fato mi stava dando la possibilità di rivederla ancora, di poterle stare vicino almeno per un po’: si era creato un nuovo Call Center in una città vicina alla sua a circa 70 km e “cercavano” istruttori disposti ad addestrare i neoassunti, mi feci avanti e fui subito "reclutato" per quella missione.
Le mandai una e-mail simpatica nella quale le dicevo in tono scherzoso che le sarei stato più vicino di quanto pensasse. La sua risposta non si fece attendere.
Non ho ancora oggi ben capito che cosa “scatenò” in Lei quella mia affermazione tanto che mi rispose con un sms che mi lasciò perplesso ed esterrefatto :”…forse non vorrei che tu venissi qui perché sono innamorata di un altro…”. Non ricordo altro di quel messaggio, ma ricordo perfettamente ancora le mie sensazioni: sentii crollarmi il mondo addosso e tutta la mia contentezza svanire nel nulla.
La richiamai, volevo delle spiegazioni sul perché non mi avesse mai detto o quanto meno accennato nulla di ciò, la presenza di un “altro” mi avrebbe certamente evitato di innamorarmi di Lei.
Solo dopo qualche giorno mi confessò la verità: aveva paura di dover soffrire ancora e di ripartire da zero, temeva di innamorarsi di me e voleva in un ultimo “disperato” tentativo che io mi allontanassi da Lei.
Ero arrabbiato con lei, ma andai lo stesso: la voglia di rivederla era più importante che qualsiasi altra cosa!

lunedì 19 aprile 2010

Quel nostro primo incontro

Partii molto presto dalla mia città per andarla a trovare, una colazione veloce in autogrill, poi una telefonata per avvertirla del mio arrivo: “Se vuoi, vengo oggi a trovarti, sono già per strada se no, torno indietro, non ti preoccupare, non c’è problema, ti capirei” – “no, ormai che sei per strada, vieni, mi fa piacere conoscerti…”mi rispose.
Arrivai più in fretta che potevo – non sapevo dove abitasse – guardavo ogni balcone sperando di scorgerla: ”che stupido – mi dissi – ma non la conosco neppure”! La richiamai, ero davanti un bar, mi chiese la via, “sono lì tra dieci minuti, il tempo di prepararmi” mi disse.
Mi “appostai” in una via adiacente che sfociava sul corso principale dove ci eravamo dati appuntamento, certamente, pensai, passerà di qui e volevo essere io a vederla per primo, le mie mani incominciarono a sudarmi parecchio per la trepidazione dell’attesa.
Come sarebbe andata? Gli sarei piaciuto? Saremmo stati bene insieme?
Il cuore mi tremava al solo pensiero di incontrare lì a poco la migliore ragazza che mi potesse mai capitare.
Passarono tre minuti, poi cinque – Dio mio, com’ é lento il tempo! Pensai.
All’improvviso sentii aprirsi la portiera lato passeggero: era lei!
Era impaziente anche lei di vedermi, attendeva anche Lei da troppo tempo quel momento.
Mi sembrò bellissima coi suoi occhi grandissimi, i suoi capelli color mogano, il suo sorriso sfolgorante, curata nell'aspetto e nell'abbigliamento, probabilmente, speravo, ci teneva ad essere bella per me e forse pensava che l’avrei apprezzata di più; io invece non avevo prestato la stessa cura nel vestirmi; avevo il solito jeans e per il viaggio avevo indossato la più comoda delle mie camicie.
Fu un pomeriggio molto piacevole, passeggiammo a lungo per le vie della sua città, ci fermammo a bere prima un the freddo poi una tonica in un bar tranquillo del lungomare che le piaceva frequentare; cercavo di parlarle di me ma non riuscivo a contenere le domande, volevo sapere di Lei ogni cosa, ogni particolare anche banale e mentre Lei con la sua pacatezza rispondeva ad ogni mia domanda io mi accorgevo di esserne sempre più affascinato, sempre più incantato, sentivo la sua vocina che entrava nelle mie orecchie e mi sembrava di ascoltare una melodia inusitata ma purissima e vibrante. Infinite volte il suo sguardo incrociò il mio e annegai nell'oscurità dei suoi occhi lucenti; avrei desiderato abbracciarla, stringerla un po’, farle sentire il mio calore.
Arrivati nella piazza principale la presi a braccetto, mi sembrava un gesto carino, quasi cavalleresco e per nulla compromettente che mi avrebbe permesso di prolungare quella sensazione nella quale intuivo si cullava dolcemente pure Lei.
Evidentemente imbarazzata mi disse in tono scherzoso: “così mi rovini la piazza”, mi seccai per quella affermazione, la sua battuta acidula in quel momento mi recava disagio.
Ci recammo alla villa comunale: guardavo ogni panchina aspettando da Lei un gesto, una parola, un invito per poterci sedere un attimo, non avevo il coraggio di chiederglielo perché, pensai, poteva sembrare una richiesta un po’ troppo ardita, capitò anche che la mia mano sfiorasse la sua, almeno due volte, lo rammento bene, sentii un fremito, un tuffo al cuore fortissimo ma infinitamente piacevole.
Già prima di conoscerla ero completamente ammaliato da Lei, dal suo essere e dalla sua interiorità che mi donava telefonata dopo telefonata, giorno dopo giorno e in quel momento mi stavo rendendo conto che mi stavo lasciando trascinare anche dalla sua prorompente fisicità, da quel suo aspetto così tranquillo: era come avere davanti un bel panorama che al di là dell’orizzonte ne nascondeva uno più ampio e variegato, molto più profondo e ricco di particolari.
Sentivo che mi piaceva, ma non era solo la sua persona, la sua fisicità ad attrarmi; era tutto ciò che ci stava dentro, per la prima volta riuscivo a scrutare così profondamente in una donna, per la prima volta scoprivo una sensazione di diversa emozione per quella creatura: ne ero stregato. Per queste ed altre riflessioni che arrivavano sempre alle stesse conclusioni, non presi alcuna iniziativa che potesse in qualche modo esplicitare quel turbine di sensazioni che io ritenevo fossero una debolezza.

Erano state delle ore piacevolissime per entrambi, ma mi avevano messo in testa la confusione più totale, avevano scatenato i processi e le relazioni mentali più insolite ed in quelle ore anche se ci eravamo visti per pochissimo, avevo pensato solo e soltanto a noi, al mio modo di rapportarmi a Lei, alla sua capacità di catalizzare tutte le mie attenzioni, tutte quante le sensazioni e le emozioni che ero capace di provare.
La riaccompagnai a casa e prima di scendere dalla macchina mi prese per un attimo la mano e mi abbracciò forte per qualche secondo, era un saluto che nascondeva forse il rammarico di non rivederci mai più o forse il lungo tempo che sarebbe intercorso prima di incontrarci nuovamente. – “non ci sono i presupposti” – le dissi con un sospiro.
Non ero assolutamente pentito di non aver tentato di fare assolutamente nulla ma quando Lei allentò la presa per allontanarsi, la baciai sulla parte bassa della guancia, proprio vicino alla bocca, cercando di marcare con le mie labbra il suo viso e capii solo allora che mi sarebbe mancata terribilmente.
Se ne andò salutandomi con la mano da dietro il vetro del portone, avevo un magone dentro e abbozzai un triste sorriso, ma già la sera stessa non potei fare a meno di risentirla; volevo che sentisse che la nostra unione, il nostro legame si era in qualche modo fortificato, anche se non era successo nulla di particolare, volevo che sapesse quanto tenevo a Lei, quanto fosse importante per me e quanto avesse contribuito a costruirmi interiormente, maturarmi, farmi diventare migliore.
Puntualissime come sempre le nostre telefonate continuarono, ma qualcosa era cambiato in me, era come se non venisse subito a galla, come se quel “quid” in più, che era stato aggiunto, fosse ancora pazientemente nascosto nel limbo del desiderio, nella sfera delle proposizioni in potenza e non ancora in atto.
Passarono i giorni, le settimane, e la mancanza anche “fisica” di Lei si fece sempre più evidente e come una campana sempre più stonata il ricordo di quel pomeriggio si fece sempre più ricorrente, ad un certo punto cominciai a provarne anche rimpianto.
Capivo che dovevo analizzare, scrutare più a fondo in me stesso, avevo paura di investigare nella parte più interna dell'anima, e aprire nuovamente il mio cuore, mi scoprivo innamorato di un amore completo e totalizzante che mi bruciava e scavava dentro. Incolpavo me stesso per non aver osato di più, non averle confessato tutto quel mio travaglio interiore, solo per paura di perdere la mia (ormai) presunta amicizia con lei, ma ormai l'avevo persa comunque, anzi era proprio Lei che me l'aveva strappata senza neppure rendersene conto.
Ero un uomo in balia di quell'eccezionalità femminile, mi sentivo indifeso davanti alle armi dell'amore.
Non volevo arrivare in fondo al baratro, non volevo marcire in quell'angoscia, mi rendevo conto dell’immensa stupidità del non dire, non provare a parlarle dei miei sentimenti sempre più intensi, di quel mio subbuglio che mi travolgeva portandomi alla deriva.
Sentivo che dovevo dichiararle tutta la verità, dovevo confessarle ciò che provavo, sarebbe stato oltre che un gran sollievo per me anche una correttezza fatta a Lei, che forse (speravo) viveva questa mia indecisione, questa ambiguità come un rifiuto, un non volersi impegnare, un non voler andare avanti.
Così una mattina presi un poco il coraggio e le telefonai spiegandole cosa effettivamente provavo per lei .
Mi rispose, come sempre, molto cordialmente che avevo frainteso la nostra amicizia, le nostre telefonate, la nostra “intimità”: “lo sapevo che sarebbe successo, era inevitabile, io ti voglio bene tantissimo e ci tengo a te ma come amico, mi dispiacerebbe però non sentirti mai più…” fu per me uno sprofondare, un sentirmi mancare, mi dispiaceva che Lei non condividesse i miei sentimenti.
Piansi in silenzio e chiusi la telefonata.
Decisi di non sentirla più almeno fino a quando non mi fosse passata la “sbornia” di Lei… le inviai una e-mail e le telefonai: piangevo a dirotto – “leggi per favore l’e-mail che ti ho inviato, credo sia l’ultima, almeno per ora…” - facevo qualcosa contro la mia volontà, ma volevo “proteggere” ciò che mi rimaneva di quel rapporto: la nostra amicizia, anche se non ero più suo “amico”, anche se non ero più obiettivo, anche se…mi ero innamorato di Lei!

venerdì 16 aprile 2010

La mia lettera:

Questa volta devo ammettere che hai ragione...non del tutto però...non sono del tutto convinto, ma in fondo so che non hai del tutto torto...
Forse abbiamo intrapreso una "spirale" per noi "pericolosa", forse non ci và di "rischiare", forse non è il momento giusto per farlo, forse, anzi, sicuramente non ci va di soffrire, certamente non mi va, fare soffrire (forse) anche Te: non me lo perdonerei MAI, non lo vorrei MAI - stanne certa -
Sei una persona per me molto, troppo cara, tanto che il solo pensiero di poterti "indirettamente" fare del male, fa già stare male a me...
Sei una persona unica ed eccezionale, e ti/mi ripeto, non ho mai incontrato qualcuna/o come Te !
Starei ore, giornate a parlare con Te, mi affascini e mi affascina il tuo modo di essere...a volte mi lasci proprio senza parole..."è possibile che esista una ragazza come Lei...?" mi sono chiesto più volte "...che fortuna che ho avuto ad incontrarti (telefonicamente), che sfortuna che ho ad non esserti vicino e proprio nel momento sbagliato !...
Avrei voluto scriverti in quella lettera:
...si può restare svegli una notte per scrivere una lettera ad una voce?
...si può sognare una voce ?
...si può aver voglia di stringere forte forte una voce?
...si può aver voglia di guardare negli occhi una voce ?
...si può aver voglia di sentirne il suo profumo ?
Ma sopratutto:...si può voler bene ad una voce ?......
Come voce, credo proprio di sì, mi son risposto, se la voce è la parola dell'Anima, quell'Anima è bellissima e nobilissima ed è questa la cosa più importante e che più mi interessa !
Tanto da non poter fare a meno di Lei, tanto da desiderarla sentire, ascoltare, stare un attimo in più con Lei.
Ti ho scritto una bugia :"A parte il tuo sorriso ed una parte del tuo sguardo non saprei assolutamente riconoscerti se ti dovessi incontrare..."
...Lo saprei eccome !!! Ti riconoscerei tra cento, mille ragazze, mi basterebbe guardarti un attimo negli occhi - senza parlare - per guardarti dentro - nell'Anima, per riconoscerti ! Perchè gli occhi sono lo specchio dell'Anima ed io già la conosco (che presunzione ! Dirai ) per averla ascoltata tante volte.
Forse hai ragione Tu: avrei bisogno di qualcuno/a più vicina a me, qualcuno/a che mi possa "confortare", "incoraggiare" come sai fare Tu, ma...Tu sei Tu e non credo ci siano dei "cloni".
Non sono però del tutto d'accordo con Te: non hai avuto, non hai, e non voglio che tu abbia alcun "peso" nelle mie decisioni, la mia vita è mia e le decisioni che ho preso, le mie riflessioni, i miei pensieri, fortunatamente non sono in alcun modo legati e riferiti a Te - non ti conosco ! - posso solo idealizzarti !
Mi dispiacerebbe - e non sai quanto - che Tu possa "incartarti" di me (può accadere...:"si ama perchè si ama. Non c'è altra ragione" ), anche se una parte di me sarebbe, ovviamente contenta (non posso negarlo - mentirei a me stesso -), non potrei offrirti (oggi) nulla a parte un grande affetto, ma a me in primo luogo, non piacerebbe ! Ti voglio così tanto bene da augurarti il meglio del meglio che Tu possa aspirare ! Mi piacerebbe che fossi io (mi sbottono completamente...) ma non è detto che lo possa mai essere...ma...
...non è detto che non lo possa essere ! (un giorno o l'altro) :
"...Quando desideri qualcosa, tutto l'Universo cospira affinché Tu realizzi il tuo desiderio...".
Io vorrei realizzare la mia Leggenda Personale e forse Tu mi puoi aiutare.
Ad ogni modo cercherò di fare come dici Tu: cercherò di farmi sentire un pò di meno, pian piano - concedimelo - non puoi togliere "ad un ragazzino" improvvisamente la cosa più bella che ha, ne soffrirebbe troppo.
Non sai quanto mi costerà farlo, ma lo farò - per TE - (non per me !)
Farò come sempre ho fatto, nella mia vita, soffrirò tantissimo, ma in silenzio.
Scusami se poi ho spento il cellulare, ero troppo giù per dire qualunque cosa, spero mi capirai...”



La sua risposta:

Così non vale...Ho letto la tua e-mail ieri notte (ero ancora sveglia quando ho ricevuto il tuo messaggio...)e ti ripeto, cosi non vale..!
Sei dolce, dolcissimo con me ed hai un modo cosi intenso di esprimerti...
Devo dirtelo..non ho potuto fare a meno di piangere...Mentre ti leggevo piano piano mi si formava un nodo in gola..e poi ho lasciato che le mie lacrime scendessero calde....come Te!
Tu dici che io sono una persona particolare..e tu allora?
Sei un essere prezioso, un uomo raro...
Credimi, il fatto di dover un po' ridimensionare il nostro rapporto fà
star male anche me che l'ho proposto..ma per ora é opportuno cosi
credo....
Sai che amo i bambini..come potrei privarti del tuo "giocattolo" preferito(preferito al momento..!). Sarà sempre li' il tuo gioco..non preoccuparti, ci saro'sempre per te.
Le tue lettere mi hanno davvero emozionato, sono importanti e preziose,credimi, perché sono un tuo dono per me.., il più bello!
Sono sicura, anzi certa, che ti aspetta una vita serena e un amore grande..perché sono convinta che l'amore chiama l'amore.
Comunque, non ci stiamo dicendo addio, anzi fra un po' ti chiamo...la nostra "particolare" amicizia vorrei che ci desse gioia e serenità...di problemi vari e sofferenze e già cosi pieno il mondo...

ti abbraccio E.





Ero combattuto: da una parte avrei desiderato tanto che Lei mi amasse, che si invaghisse di me, dall’altra avevo il terrore di poter in qualche modo far soffrire questa incantevole creatura che il Signore aveva voluto che io incontrassi nella mia vita.
Pensai che comunque era giunto il momento per me tanto atteso del nostro primo incontro, non le dissi nulla ma cominciai a programmare quel giorno e quell'incontro; stranamente tranquillo e placido, cercavo di non aspettarmi nulla e mi imponevo comunque autocontrollo.
E venne il giorno: l’8 settembre.

giovedì 15 aprile 2010

Come iniziò…

…Tutto era iniziato per caso un giorno quando Lei aveva chiamato al Call Center nel quale lavoravo per ricevere il dono che aveva maturato con i punti nella raccolta di un concorso a premi e per bizzarro scherzo del destino la sua telefonata era andata a finire alla mia postazione.
La sua voce mi colpì immediatamente: così calda, così gioiosa, così socievole. Mi incuriosì molto fin dall'inizio, era così diversa da tutti gli altri, così capace di catturare la mia attenzione, capì subito l'eccezionalità di quella persona che si nascondeva dietro quella cornetta.
Incominciammo subito a conversare affabilmente e mentre continuavo a lavorare inserendo i suoi dati al terminale per inviarle il premio che aveva maturato, lei continuava a parlarmi della sua laurea, dei concorsi che aveva sostenuto e dei quali aspettava una risposta, di quelli che lì a poco avrebbe dovuto sostenere.
Le lasciai il numero del mio ufficio sperando che un giorno mi potesse richiamare…
E infatti…dopo qualche giorno inaspettatamente risentii la sua vocina al telefono.
Non la riconobbi subito, non me l’aspettavo proprio, mi stava richiamando per ringraziarmi di aver provveduto a consegnarle il suo premio in tempi così brevi: giuro non avevo fatto nulla di diverso dal mio dovere! Forse, speravo, era solo una scusa per potermi risentire.
Così assecondando quella che per me era una speranza le lasciai anche il mio numero di cellulare chiedendole di informarmi per qualche concorso che mi sarebbe potuto “sfuggire”, soprannominandola: “la mia gazzetta ufficiale personale”, “tu hai tutta l’aria di quella che un concorso lo vince” le dissi ed infatti dopo appena qualche mese ebbe la conferma che aveva vinto un concorso al quale aveva partecipato.
Ci risentimmo altre volte, una sera le telefonai al cellulare, mi rispose frettolosamente ma sempre cordialmente: i suoi stavano partendo per accompagnare il fratello per una delicata operazione, non le chiesi altro sentendomi un po’ in imbarazzo, chiusi quasi subito augurandole che andasse tutto per il meglio per suo fratello. Mi richiamò qualche giorno dopo scusandosi per avermi congedato così in fretta.
Così pian piano solo parlandoci incominciammo a conoscerci e svelarci fin dentro la parte più vera, più intima, fin dentro l'anima mettendo a nudo le nostre emozioni, le sensazioni più pure; e nell'accumulare avido notizie su di Lei, nell'accogliere in dono da Lei la sua quotidianità, i frammenti della sua vita, mi rendevo sempre più conto che Lei a poco a poco era riuscita ad aprire un varco entro il quale io mi ero avventurato quasi spontaneamente, con la curiosità di un bambino e la speranza di un adulto che benché disilluso dalla vita e dalle situazioni, voleva continuare a credere nell’Amore (quello vero) e in quell'eccezionale casualità di un incontro così particolare e fantastico, virtuale eppure così intimo, che avrebbe potuto cambiare non solo la mia vita ( e anche la sua) ma anche me stesso e il modo di rapportami ad essa.
Era la prima donna di cui riuscivo ad intravedere la completezza, di cui ero capace di cogliere anche il pensiero più acuto, o quello più sommesso, il sussulto più labile; non volevo immaginarmela nella sua fisicità, non ci provavo neppure per paura di rovinare ciò che avevo immaginato.
A volte nei miei pensieri prendeva quasi le sembianze di un angelo, a volte quella di un'amica, una sorella, una platonica amante ma solo dell'anima e mai del corpo.
Ma ero pur sempre un uomo e per giunta curioso e questa mia curiosità ad un certo punto cominciò a venir spontaneamente fuori, e mentre la sentivo parlare delle sue riflessioni, dei suoi perché, degli errori, delle titubanze, delle sue giornate indaffarate, alla fine di quelle telefonate così appassionate mi rendevo conto di desiderarla sempre più, volevo conoscerla: lo volevo più di ogni altra cosa; non sapevo com'era fatta, ne avevo solo una vaga idea, per quello che mi aveva detto.
La desideravo come si desidera l'amante in una notte solitaria, in un luogo freddo, in una landa desolata; e l'indeterminatezza del suo aspetto non frenava il desiderio, ma al contrario lo alimentava fomentando le mie fantasie su di Lei e non me ne stupivo, in quei momenti desideravo solo che le fattezze dentro cui si custodiva quella sensibilità, quell'anima bella, fossero mie, lo desideravo ardentemente.
Poi rinsavivo dall'ubriachezza afrodisiaca di cui l'idea stessa di Lei si faceva inconsapevole portatrice e continuavo a vivere la mia vita frenetica di un lavoro alienante e una vita insoddisfacente che non lasciava spazio alla felicità, all’appagamento quotidiano.
Lei naturalmente era ignara di tutto ciò perché io stesso ero troppo geloso dei miei sogni con Lei, troppo timoroso che Lei non avrebbe capito, ma non so come, mi cullavo nella speranza che dall'altra parte di quel filo invisibile, da qualche parte nascoste nella mente di Lei, ci fossero le medesime fantasie, gli stessi innocenti desideri di passionalità e tal pensiero mi faceva addentrare ancora di più nel circolo delle emozioni.

Mi incuriosiva sapere dove abitava così cercai su internet la via, le strade vicine, ogni riferimento anche banale che mi potesse portare a lei.
Mi piaceva immaginarla mentre percorreva quella strada, quel viale, mentre si recava nella chiesetta vicino casa di cui mi parlava spesso.
Glielo accennai, mi rispose che la mia ricerca era “inquietante”, ricordo ci rimasi male per quella risposta: “non credo tu abbia capito con chi hai a che fare!” Le dissi contrariato da quella sua affermazione, Lei cercò di spiegarsi, di farmi capire le sue perplessità per una conoscenza soltanto virtuale:”potresti essere chiunque, non ci conosciamo neanche” mi disse.
Così Le inviai una mia foto per e-mail e lei “rispose” con la sua.
Ero ansioso di vederla.
Man mano che la foto si “caricava” sul mio pc cercavo di immaginarmela: “ecco, ha i capelli castani, la fronte alta, ecco le ciglia, il viso tondo, la carnagione chiara… “ rimasi però piuttosto deluso da quella foto in quanto si capiva ben poco dei suoi occhi, del suo sguardo e glielo scrissi…ma l’avrei riconosciuta tra mille ragazze, conoscevo la sua anima e attraverso i suoi occhi l’avrei certamente individuata.
Sentivo il bisogno della sua voce al di là del filo, delle sue parole rassicuranti, dei suoi consigli, del suo calore: sentivo che mi era vicina molto più di tanti altri miei amici.
Si era affezionata a me: lo percepivo dal tono della voce, dalle sue parole, dalle sue espressioni, ma forse anche lei come me, aveva paura di esprimersi completamente, di esternare i suoi sentimenti, o forse molto più semplicemente non voleva intraprendere una storia della quale non aveva alcuna consapevolezza e che forse temeva l’avrebbe potuta far soffrire.
Cercò di fermare il tourbillon nel quale ci eravamo infilati: il susseguirsi delle telefonate, delle e-mail, delle lettere che avevo incominciato a scriverle con passione, chiedendomi di sentirci un po’ più di rado, di ridurre le telefonate.
Sentii come uno strappo al cuore a questa sua richiesta, mi angosciava non sentirla più: come quando vuoi togliere dalle mani di un bambino la cosa più bella che ha, le sue telefonate erano diventate non solo parte della mia giornata ma anche frammento del mio universo, parte inscindibile di me.
Le dissi che non ero d’accordo ma che avrei fatto come lei desiderava, chiusi il cellulare e andai a casa.
Quella sera stessa le scrissi una lettera per e-mail.

L’Amore vero

“Ogni storia d’Amore che viviamo contiene racchiusa una parte della nostra anima, siamo noi che l’abbiamo scritta, siamo noi che l’abbiamo vissuta, che l’abbiamo “colorata” con i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri desideri.
Per questo una storia, anche una storia passata non potrà smettere di stupirci e di incantarci, perché se un quadro non è solo una tela con sopra delle tempere, ma ne contiene l’anima, la fantasia, il genio dell’autore, allo stesso modo un libro, non è solo un pezzo di carta con sopra dell’inchiostro, ma la storia in esso contenuto è parte integrante di me, della mia vita, della mia essenza, della mia anima.”

Quando una storia finisce non è detto che finisca contemporaneamente anche l’Amore, diventa un Amore monco, un Amore cui manca una parte e questo fa male, terribilmente male, ma l’Amore continua ad esserci, a vivere, a batterti dentro chissà per quanto tempo e in qualche caso anche per sempre.
Così quando quella persona non è più con Te si finisce con l’Amarne non solo il suo dolce ricordo ma anche tutto il resto che era legato a Lei e a quella storia: le sue foto, i suoi messaggi, le cose che ti/mi aveva regalato e che ho ancora.
Tutto di quella storia, di quel ricordo diventa magico, anche quando razionalmente sappiamo che quel passato non tornerà mai più, resta l’alone incantato di quell’Amore, di quegli oggetti, di quelle foto, di quei bei momenti vissuti insieme.
“Non sempre c’è un domani, non sempre la vita ci da una seconda possibilità per fare le cose bene, ma se oggi fosse tutto ciò che mi rimane, mi piacerebbe dirti adesso quanto ti ho Amato e che mai ti dimenticherò.”