lunedì 19 aprile 2010

Quel nostro primo incontro

Partii molto presto dalla mia città per andarla a trovare, una colazione veloce in autogrill, poi una telefonata per avvertirla del mio arrivo: “Se vuoi, vengo oggi a trovarti, sono già per strada se no, torno indietro, non ti preoccupare, non c’è problema, ti capirei” – “no, ormai che sei per strada, vieni, mi fa piacere conoscerti…”mi rispose.
Arrivai più in fretta che potevo – non sapevo dove abitasse – guardavo ogni balcone sperando di scorgerla: ”che stupido – mi dissi – ma non la conosco neppure”! La richiamai, ero davanti un bar, mi chiese la via, “sono lì tra dieci minuti, il tempo di prepararmi” mi disse.
Mi “appostai” in una via adiacente che sfociava sul corso principale dove ci eravamo dati appuntamento, certamente, pensai, passerà di qui e volevo essere io a vederla per primo, le mie mani incominciarono a sudarmi parecchio per la trepidazione dell’attesa.
Come sarebbe andata? Gli sarei piaciuto? Saremmo stati bene insieme?
Il cuore mi tremava al solo pensiero di incontrare lì a poco la migliore ragazza che mi potesse mai capitare.
Passarono tre minuti, poi cinque – Dio mio, com’ é lento il tempo! Pensai.
All’improvviso sentii aprirsi la portiera lato passeggero: era lei!
Era impaziente anche lei di vedermi, attendeva anche Lei da troppo tempo quel momento.
Mi sembrò bellissima coi suoi occhi grandissimi, i suoi capelli color mogano, il suo sorriso sfolgorante, curata nell'aspetto e nell'abbigliamento, probabilmente, speravo, ci teneva ad essere bella per me e forse pensava che l’avrei apprezzata di più; io invece non avevo prestato la stessa cura nel vestirmi; avevo il solito jeans e per il viaggio avevo indossato la più comoda delle mie camicie.
Fu un pomeriggio molto piacevole, passeggiammo a lungo per le vie della sua città, ci fermammo a bere prima un the freddo poi una tonica in un bar tranquillo del lungomare che le piaceva frequentare; cercavo di parlarle di me ma non riuscivo a contenere le domande, volevo sapere di Lei ogni cosa, ogni particolare anche banale e mentre Lei con la sua pacatezza rispondeva ad ogni mia domanda io mi accorgevo di esserne sempre più affascinato, sempre più incantato, sentivo la sua vocina che entrava nelle mie orecchie e mi sembrava di ascoltare una melodia inusitata ma purissima e vibrante. Infinite volte il suo sguardo incrociò il mio e annegai nell'oscurità dei suoi occhi lucenti; avrei desiderato abbracciarla, stringerla un po’, farle sentire il mio calore.
Arrivati nella piazza principale la presi a braccetto, mi sembrava un gesto carino, quasi cavalleresco e per nulla compromettente che mi avrebbe permesso di prolungare quella sensazione nella quale intuivo si cullava dolcemente pure Lei.
Evidentemente imbarazzata mi disse in tono scherzoso: “così mi rovini la piazza”, mi seccai per quella affermazione, la sua battuta acidula in quel momento mi recava disagio.
Ci recammo alla villa comunale: guardavo ogni panchina aspettando da Lei un gesto, una parola, un invito per poterci sedere un attimo, non avevo il coraggio di chiederglielo perché, pensai, poteva sembrare una richiesta un po’ troppo ardita, capitò anche che la mia mano sfiorasse la sua, almeno due volte, lo rammento bene, sentii un fremito, un tuffo al cuore fortissimo ma infinitamente piacevole.
Già prima di conoscerla ero completamente ammaliato da Lei, dal suo essere e dalla sua interiorità che mi donava telefonata dopo telefonata, giorno dopo giorno e in quel momento mi stavo rendendo conto che mi stavo lasciando trascinare anche dalla sua prorompente fisicità, da quel suo aspetto così tranquillo: era come avere davanti un bel panorama che al di là dell’orizzonte ne nascondeva uno più ampio e variegato, molto più profondo e ricco di particolari.
Sentivo che mi piaceva, ma non era solo la sua persona, la sua fisicità ad attrarmi; era tutto ciò che ci stava dentro, per la prima volta riuscivo a scrutare così profondamente in una donna, per la prima volta scoprivo una sensazione di diversa emozione per quella creatura: ne ero stregato. Per queste ed altre riflessioni che arrivavano sempre alle stesse conclusioni, non presi alcuna iniziativa che potesse in qualche modo esplicitare quel turbine di sensazioni che io ritenevo fossero una debolezza.

Erano state delle ore piacevolissime per entrambi, ma mi avevano messo in testa la confusione più totale, avevano scatenato i processi e le relazioni mentali più insolite ed in quelle ore anche se ci eravamo visti per pochissimo, avevo pensato solo e soltanto a noi, al mio modo di rapportarmi a Lei, alla sua capacità di catalizzare tutte le mie attenzioni, tutte quante le sensazioni e le emozioni che ero capace di provare.
La riaccompagnai a casa e prima di scendere dalla macchina mi prese per un attimo la mano e mi abbracciò forte per qualche secondo, era un saluto che nascondeva forse il rammarico di non rivederci mai più o forse il lungo tempo che sarebbe intercorso prima di incontrarci nuovamente. – “non ci sono i presupposti” – le dissi con un sospiro.
Non ero assolutamente pentito di non aver tentato di fare assolutamente nulla ma quando Lei allentò la presa per allontanarsi, la baciai sulla parte bassa della guancia, proprio vicino alla bocca, cercando di marcare con le mie labbra il suo viso e capii solo allora che mi sarebbe mancata terribilmente.
Se ne andò salutandomi con la mano da dietro il vetro del portone, avevo un magone dentro e abbozzai un triste sorriso, ma già la sera stessa non potei fare a meno di risentirla; volevo che sentisse che la nostra unione, il nostro legame si era in qualche modo fortificato, anche se non era successo nulla di particolare, volevo che sapesse quanto tenevo a Lei, quanto fosse importante per me e quanto avesse contribuito a costruirmi interiormente, maturarmi, farmi diventare migliore.
Puntualissime come sempre le nostre telefonate continuarono, ma qualcosa era cambiato in me, era come se non venisse subito a galla, come se quel “quid” in più, che era stato aggiunto, fosse ancora pazientemente nascosto nel limbo del desiderio, nella sfera delle proposizioni in potenza e non ancora in atto.
Passarono i giorni, le settimane, e la mancanza anche “fisica” di Lei si fece sempre più evidente e come una campana sempre più stonata il ricordo di quel pomeriggio si fece sempre più ricorrente, ad un certo punto cominciai a provarne anche rimpianto.
Capivo che dovevo analizzare, scrutare più a fondo in me stesso, avevo paura di investigare nella parte più interna dell'anima, e aprire nuovamente il mio cuore, mi scoprivo innamorato di un amore completo e totalizzante che mi bruciava e scavava dentro. Incolpavo me stesso per non aver osato di più, non averle confessato tutto quel mio travaglio interiore, solo per paura di perdere la mia (ormai) presunta amicizia con lei, ma ormai l'avevo persa comunque, anzi era proprio Lei che me l'aveva strappata senza neppure rendersene conto.
Ero un uomo in balia di quell'eccezionalità femminile, mi sentivo indifeso davanti alle armi dell'amore.
Non volevo arrivare in fondo al baratro, non volevo marcire in quell'angoscia, mi rendevo conto dell’immensa stupidità del non dire, non provare a parlarle dei miei sentimenti sempre più intensi, di quel mio subbuglio che mi travolgeva portandomi alla deriva.
Sentivo che dovevo dichiararle tutta la verità, dovevo confessarle ciò che provavo, sarebbe stato oltre che un gran sollievo per me anche una correttezza fatta a Lei, che forse (speravo) viveva questa mia indecisione, questa ambiguità come un rifiuto, un non volersi impegnare, un non voler andare avanti.
Così una mattina presi un poco il coraggio e le telefonai spiegandole cosa effettivamente provavo per lei .
Mi rispose, come sempre, molto cordialmente che avevo frainteso la nostra amicizia, le nostre telefonate, la nostra “intimità”: “lo sapevo che sarebbe successo, era inevitabile, io ti voglio bene tantissimo e ci tengo a te ma come amico, mi dispiacerebbe però non sentirti mai più…” fu per me uno sprofondare, un sentirmi mancare, mi dispiaceva che Lei non condividesse i miei sentimenti.
Piansi in silenzio e chiusi la telefonata.
Decisi di non sentirla più almeno fino a quando non mi fosse passata la “sbornia” di Lei… le inviai una e-mail e le telefonai: piangevo a dirotto – “leggi per favore l’e-mail che ti ho inviato, credo sia l’ultima, almeno per ora…” - facevo qualcosa contro la mia volontà, ma volevo “proteggere” ciò che mi rimaneva di quel rapporto: la nostra amicizia, anche se non ero più suo “amico”, anche se non ero più obiettivo, anche se…mi ero innamorato di Lei!

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