giovedì 3 giugno 2010

Quella notte in ospedale

Non era la prima volta che avevo difficoltà ad addormentarmi. Anche quella notte come in tante altre precedenti non riuscivo a prendere sonno, ma quella notte c’era qualcosa di diverso: forse erano i suoi ormai sporadici messaggi, forse qualche discussione tra noi, forse quel suo dirmi alla fine: ”non ci sarà mai più un futuro per noi, devi fartene una ragione…” come se ci fosse una ragione per chiudere la luce di un Amore…nel buio e nel silenzio i pensieri di lei affollavano la mia mente, avevo gli occhi sbarrati, improvvisamente cominciai a sudare freddo, un freddo che mi entrava fin dentro le ossa, battevo i denti, sentivo il cuore scoppiarmi dentro, “tra un po’ mi passerà tutto…” dissi a me stesso cercando di autoconvincermi, ma niente, neanche il suo pensiero, i bei ricordi che mi aiutavano nei momenti di depressione servirono quella notte: il cuore correva sempre di più, guardai l’orologio: erano le 2.35, mi rivestii, presi l’auto e mi recai al pronto soccorso dell’ospedale più vicino.
Nella sala d’aspetto prima di me c’erano due persone: una signora che in preda a forti dolori addominali si contorceva sulla lettiga e un vecchietto che respirava a fatica e stava seduto su una poltroncina della sala al quale forse frettolosamente, come mi disse dopo, era stata diagnosticata un’ inizio di bronchite.
Quest’ultimo mi fissava intensamente, ma bonariamente, ad un tratto cercò di abbozzare un sorriso e con lo sguardo mi indicò un bicchiere colmo d’acqua su un tavolinetto, lo presi e glielo porsi, aiutandolo a bere.
Mi ringraziò con un cenno del capo, mi prese la mano, me la strinse: “come mai se qui anche tu?” mi chiese a bruciapelo.
E’ una lunga storia, per me è un periodo difficile, non sto bene…” risposi, sentendomi però a disagio: i miei malanni non erano minimamente paragonabili a quelli delle persone che mi avevano preceduto!
Se vuoi parlarmene, abbiamo tutta la notte davanti…” mi disse accennando un sorriso.
E cominciai…
Gli raccontai la mia storia, bella, sofferta piena d’Amore…e di amarezza.
Gli raccontai di come ci eravamo conosciuti, dei miei sentimenti che crescevano man mano ci sentivamo per telefono, gli narrai delle mie paure, delle mie esitazioni senza tralasciare nulla, fino all’inspiegabile epilogo.
Lui mi ascoltò in silenzio, i suoi occhi fissi nei miei, alla fine disse con un filo di voce una frase che mi rimase impressa: “Non so se lei tornerà indietro, ma di una cosa sono certo, tutto l’Amore che hai provato e che hai dato per Lei non te lo toglierà mai nessuno, resterà per sempre in Te…” indicando il mio cuore con la sua mano tremolante.
Era davvero così!
Tutto ciò che avevo provato, tutto ciò che avevo fatto per Lei sarebbero rimasti per sempre intatti! Il tempo, la mia vita stessa, niente avrebbe potuto cancellarli!
Questa dimensione di eterno data all’Amore mi commosse.
Il tempo avrebbe forse offuscato i ricordi, avrebbe forse smussato le emozioni, ma avevo Amato e quell’Amore così intenso, così puro non sarebbe andato perduto, perché tutto ciò che avevo fatto in nome dell’Amore per Lei ormai faceva parte di me indissolubilmente, Lei sarebbe rimasta in me come parte integrante della mia anima.

Stranamente e improvvisamente mi sentii subito meglio: mi era passata la tachicardia e il dolore nel petto.
Arrivò il mio turno, “vai, io resto qui ci vediamo appena termini…” mi disse quel signore, ma mi sentivo ormai fuori posto, non sentivo più quelle fitte al petto che mi avevano costretto a recarmi in ospedale.
Il medico di turno mi chiese dei miei sintomi, cercai di minimizzare, “forse è stanchezza, è un periodo un po’ duro al lavoro…, magari avrei bisogno di qualche giorno di ferie…” gli dissi cercando di ridendoci su, ma non convincendolo, tant’è che mi guardò con il fare di chi pensa: “ a me non la dai a bere…” mi misurò la pressione arteriosa, mi auscultò il cuore prescrivendomi alla fine dei farmaci per lo stress e per riposare.
Uscii dalla stanza del pronto soccorso confidando di rivedere quel signore ancora sulla poltroncina lì dove lo avevo lasciato, ma non c’era più, al suo posto due extracomunitari piuttosto alticci.
Chiesi all’infermiere nella guardiola di quel signore, alzò gli occhi, non mi rispose, ma mi guardò stralunato come se fissasse un extraterrestre.

Non ho mai più rivisto quell’uomo, ma lo ricordo ancora perfettamente: il viso smagrito, fronte alta, capelli radi sulle tempie, gli occhi scavati nelle orbite, un sorriso e un’espressione così rassicurante tanto da sembrarmi perfino familiare.

Nessun commento:

Posta un commento