giovedì 15 aprile 2010

Come iniziò…

…Tutto era iniziato per caso un giorno quando Lei aveva chiamato al Call Center nel quale lavoravo per ricevere il dono che aveva maturato con i punti nella raccolta di un concorso a premi e per bizzarro scherzo del destino la sua telefonata era andata a finire alla mia postazione.
La sua voce mi colpì immediatamente: così calda, così gioiosa, così socievole. Mi incuriosì molto fin dall'inizio, era così diversa da tutti gli altri, così capace di catturare la mia attenzione, capì subito l'eccezionalità di quella persona che si nascondeva dietro quella cornetta.
Incominciammo subito a conversare affabilmente e mentre continuavo a lavorare inserendo i suoi dati al terminale per inviarle il premio che aveva maturato, lei continuava a parlarmi della sua laurea, dei concorsi che aveva sostenuto e dei quali aspettava una risposta, di quelli che lì a poco avrebbe dovuto sostenere.
Le lasciai il numero del mio ufficio sperando che un giorno mi potesse richiamare…
E infatti…dopo qualche giorno inaspettatamente risentii la sua vocina al telefono.
Non la riconobbi subito, non me l’aspettavo proprio, mi stava richiamando per ringraziarmi di aver provveduto a consegnarle il suo premio in tempi così brevi: giuro non avevo fatto nulla di diverso dal mio dovere! Forse, speravo, era solo una scusa per potermi risentire.
Così assecondando quella che per me era una speranza le lasciai anche il mio numero di cellulare chiedendole di informarmi per qualche concorso che mi sarebbe potuto “sfuggire”, soprannominandola: “la mia gazzetta ufficiale personale”, “tu hai tutta l’aria di quella che un concorso lo vince” le dissi ed infatti dopo appena qualche mese ebbe la conferma che aveva vinto un concorso al quale aveva partecipato.
Ci risentimmo altre volte, una sera le telefonai al cellulare, mi rispose frettolosamente ma sempre cordialmente: i suoi stavano partendo per accompagnare il fratello per una delicata operazione, non le chiesi altro sentendomi un po’ in imbarazzo, chiusi quasi subito augurandole che andasse tutto per il meglio per suo fratello. Mi richiamò qualche giorno dopo scusandosi per avermi congedato così in fretta.
Così pian piano solo parlandoci incominciammo a conoscerci e svelarci fin dentro la parte più vera, più intima, fin dentro l'anima mettendo a nudo le nostre emozioni, le sensazioni più pure; e nell'accumulare avido notizie su di Lei, nell'accogliere in dono da Lei la sua quotidianità, i frammenti della sua vita, mi rendevo sempre più conto che Lei a poco a poco era riuscita ad aprire un varco entro il quale io mi ero avventurato quasi spontaneamente, con la curiosità di un bambino e la speranza di un adulto che benché disilluso dalla vita e dalle situazioni, voleva continuare a credere nell’Amore (quello vero) e in quell'eccezionale casualità di un incontro così particolare e fantastico, virtuale eppure così intimo, che avrebbe potuto cambiare non solo la mia vita ( e anche la sua) ma anche me stesso e il modo di rapportami ad essa.
Era la prima donna di cui riuscivo ad intravedere la completezza, di cui ero capace di cogliere anche il pensiero più acuto, o quello più sommesso, il sussulto più labile; non volevo immaginarmela nella sua fisicità, non ci provavo neppure per paura di rovinare ciò che avevo immaginato.
A volte nei miei pensieri prendeva quasi le sembianze di un angelo, a volte quella di un'amica, una sorella, una platonica amante ma solo dell'anima e mai del corpo.
Ma ero pur sempre un uomo e per giunta curioso e questa mia curiosità ad un certo punto cominciò a venir spontaneamente fuori, e mentre la sentivo parlare delle sue riflessioni, dei suoi perché, degli errori, delle titubanze, delle sue giornate indaffarate, alla fine di quelle telefonate così appassionate mi rendevo conto di desiderarla sempre più, volevo conoscerla: lo volevo più di ogni altra cosa; non sapevo com'era fatta, ne avevo solo una vaga idea, per quello che mi aveva detto.
La desideravo come si desidera l'amante in una notte solitaria, in un luogo freddo, in una landa desolata; e l'indeterminatezza del suo aspetto non frenava il desiderio, ma al contrario lo alimentava fomentando le mie fantasie su di Lei e non me ne stupivo, in quei momenti desideravo solo che le fattezze dentro cui si custodiva quella sensibilità, quell'anima bella, fossero mie, lo desideravo ardentemente.
Poi rinsavivo dall'ubriachezza afrodisiaca di cui l'idea stessa di Lei si faceva inconsapevole portatrice e continuavo a vivere la mia vita frenetica di un lavoro alienante e una vita insoddisfacente che non lasciava spazio alla felicità, all’appagamento quotidiano.
Lei naturalmente era ignara di tutto ciò perché io stesso ero troppo geloso dei miei sogni con Lei, troppo timoroso che Lei non avrebbe capito, ma non so come, mi cullavo nella speranza che dall'altra parte di quel filo invisibile, da qualche parte nascoste nella mente di Lei, ci fossero le medesime fantasie, gli stessi innocenti desideri di passionalità e tal pensiero mi faceva addentrare ancora di più nel circolo delle emozioni.

Mi incuriosiva sapere dove abitava così cercai su internet la via, le strade vicine, ogni riferimento anche banale che mi potesse portare a lei.
Mi piaceva immaginarla mentre percorreva quella strada, quel viale, mentre si recava nella chiesetta vicino casa di cui mi parlava spesso.
Glielo accennai, mi rispose che la mia ricerca era “inquietante”, ricordo ci rimasi male per quella risposta: “non credo tu abbia capito con chi hai a che fare!” Le dissi contrariato da quella sua affermazione, Lei cercò di spiegarsi, di farmi capire le sue perplessità per una conoscenza soltanto virtuale:”potresti essere chiunque, non ci conosciamo neanche” mi disse.
Così Le inviai una mia foto per e-mail e lei “rispose” con la sua.
Ero ansioso di vederla.
Man mano che la foto si “caricava” sul mio pc cercavo di immaginarmela: “ecco, ha i capelli castani, la fronte alta, ecco le ciglia, il viso tondo, la carnagione chiara… “ rimasi però piuttosto deluso da quella foto in quanto si capiva ben poco dei suoi occhi, del suo sguardo e glielo scrissi…ma l’avrei riconosciuta tra mille ragazze, conoscevo la sua anima e attraverso i suoi occhi l’avrei certamente individuata.
Sentivo il bisogno della sua voce al di là del filo, delle sue parole rassicuranti, dei suoi consigli, del suo calore: sentivo che mi era vicina molto più di tanti altri miei amici.
Si era affezionata a me: lo percepivo dal tono della voce, dalle sue parole, dalle sue espressioni, ma forse anche lei come me, aveva paura di esprimersi completamente, di esternare i suoi sentimenti, o forse molto più semplicemente non voleva intraprendere una storia della quale non aveva alcuna consapevolezza e che forse temeva l’avrebbe potuta far soffrire.
Cercò di fermare il tourbillon nel quale ci eravamo infilati: il susseguirsi delle telefonate, delle e-mail, delle lettere che avevo incominciato a scriverle con passione, chiedendomi di sentirci un po’ più di rado, di ridurre le telefonate.
Sentii come uno strappo al cuore a questa sua richiesta, mi angosciava non sentirla più: come quando vuoi togliere dalle mani di un bambino la cosa più bella che ha, le sue telefonate erano diventate non solo parte della mia giornata ma anche frammento del mio universo, parte inscindibile di me.
Le dissi che non ero d’accordo ma che avrei fatto come lei desiderava, chiusi il cellulare e andai a casa.
Quella sera stessa le scrissi una lettera per e-mail.

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